Era dalla guerra dei 12 giorni in Iran del 13 giugno 2025 che non assistevamo a un intervento militare degli Stati Uniti, e quello che è successo il 3 gennaio 2026 forse era anche prevedibile se si credeva a tutte le dichiarazioni di Trump: l’unico modo per prevedere le mosse di un leader imprevedibile è immaginare proprio ciò che nessuno farebbe accadere.
Andiamo per ordine. Già da fine 2025 in diverse occasioni Donald Trump non solo aveva accusato il Venezuela di Nicolas Maduro di trasportare via mare la droga negli Stati Uniti, ma aveva anche dato l’ordine di attaccare e affondare quelle piccole barche nel Golfo del Messico, che non sapremo mai se trasportavano davvero stupefacenti verso gli USA. Inoltre sempre Trump accusava Maduro di essere a capo di un cartello di narcotraffici, quindi un pericolo per gli Stati Uniti. In virtù di ciò minacciava da 2 mesi il Venezuela, che rispondeva rivendicando la propria autonomia e lo stesso Maduro attaccava Trump per la sua arroganza e violenza.

Per motivi di sicurezza, in pochissimo tempo gli americani sono entrati nel palazzo di Caracas dove dormiva Maduro con la moglie, che non hanno fatto in tempo a nascondersi nel vicino rifugio perché sono stati subito arrestati e portati via. È bene chiarire che uno Stato che va militarmente in un altro Stato a prelevare il Presidente e lo porta via per essere processato nel proprio Stato con le proprie accuse, leggi e tribunali, non è un’azione legittima, tanto più che pochi giorni prima lo stesso Maduro si era reso disponibile a parlare con Trump. Tecnicamente sembra più un atto di pirateria con sequestro che un’azione militare.
Subito il Presidente degli Stati Uniti pubblica sul suo social questo successo con tanto di foto: una vera “operazione militare speciale” per parafrasare l’originaria intenzioni del 2022 di Putin nei confronti di Zelensky in Ucraina.



Quel sabato 3 gennaio in Italia ci siamo svegliati con la conferenza stampa fiume di Trump, affiancato dal suo staff fra cui il Segretario di Stato (quello che per noi è il Ministro degli Esteri) Marco Rubio, che segue tuttora i rapporti con il Venezuela.


Dalle prime dichiarazioni sia precedenti alla conferenza stampa sia successive, Trump afferma chiaramente che gli USA “non hanno paura a mettere gli stivali nel terreno”, cioè a utilizzare la più grande forza militare al mondo per raggiungere i propri scopi, e minaccia un eventuale secondo attacco se non ci sarebbe stata la collaborazione del Venezuela, con lo scopo di allontanare chi poteva aiutarli cioè Russia e Cina. Senza mezzi termini dice che non esistono i diritti internazionali perché lui si confronta “solo con la sua moralità”: l’unico obiettivo è avere l’America first, fai di nuovo grande l’America (come se non lo fosse più) è lo slogan MAGA. Aggiunge poi che gli Stati Uniti governeranno il Venezuela per il loro bene, che sempre per ostacolare il narcotraffico gli interessa contrastare anche la Colombia, il Messico, Cuba e il Brasile, e che per gli USA sarebbe utile avere per sé la Groenlandia. Vi suggerisco di cercare tutte le varie dichiarazioni online di quei giorni e di seguire la conferenza stampa: al di là della propaganda è utile analizzarla.
Ma perché proprio il 2 gennaio? Perché nessuno poteva ostacolare Trump in quanto il Congresso americano (una specie del nostro Parlamento) era chiuso per le vacanze natalizie; perché le azioni nel Golfo del Messico contro i barchini per lo più venezuelani venivano sempre più considerate illegittime negli USA; e soprattutto perché in ottobre 2026 ci saranno le elezioni di mezzo termine in cui si rinnova parte del Congresso statunitense, e quindi deve spettacolarizzare quante più azioni possibili per tenere fedele il suo elettorato. Insomma internamente siamo in piena campagna elettorale, mentre esternamente si tratta di un’azione dimostrativa plateale, che deve soprattutto intimidire chiunque anche in seguito voglia ostacolare gli Stati Uniti, Cina e Russia per primi. E come affermato da Marco Rubio, “se Trump dice di fare una cosa la fa”.
Ciò che conta è dare seguito al documento di strategia americana del 2025, quello che riporta l’America alla dottrina Monroe, cioè ad abbandonare l’universalismo e a concentrarsi sul giardino di casa, alias i territori americani vicini e che le possono dare protezione rispetto a Cina e Russia. A parte il fatto che essendo periodico questo documento dovrebbe chiamarsi “tattica”, in quanto la strategia di uno Stato non cambia nel tempo mentre la tattica è mobile, comunque il piano riflette esattamente il modo di vedere l’America e il mondo da parte del gruppo repubblicano MAGA vicini al Presidente.
Il governo Trump in realtà non vuole diminuire l’impero universale statunitense che è da sempre la strategia degli USA: si tratta di un bluff spettacolarizzato sia internamente che esternamente, perché dicono di concentrarsi nelle Americhe senza però abbandonare le basi in Asia. Inoltre ridurranno le forze in Europa, volendo imporre ai nostri Stati o un ruolo di sudditi fedeli o di non allineati. Anzi giudicano incoscienti quegli europei che non si conformeranno agli USA, e con l’accesso agli immigrati stanno mettendo a rischio la propria cultura: loro a questo ci credono davvero.


Come ha reagito il Venezuela?
Innanzi tutto vi mostro le mappe di Limes della situazione in Centro America, di come gli Stati Uniti vedono e sono proiettati nel golfo; poi come è effettivamente il traffico di stupefacenti verso gli USA. Il Venezuela non è un luogo di provenienza della droga perché non ha cartelli, a differenza del Messico: infatti queste accuse a Maduro stanno già decadendo negli stessi tribunali americani.


Le tre persone più importanti e che rappresentano la repubblica bolivariana si sono mostrati insieme per prendere le redini del paese: Delcy Rodriguez, attuale Presidente ad interim, più pragmatica e con esperienza nell’industria petrolifera, Padrino Lopez, capo delle forze armate, Diosdado Cabello, ministro degli interni e riferimento dell’ala più estremista.


Trump attraverso Rubio tratta direttamente con Rodriguez che si mostra disponibile: soprattutto a livello internazionale il Messico sta consentendo la scarcerazione dei detenuti politici stranieri, per cercare di mantenere rapporti con i paesi esteri.

Invece la leader di destra all’opposizione premio Nobel per la pace 2025 Maria Corina Machado, nonostante l’incontro con Trump e il suo dono a lui dello stesso premio, al momento è tenuta da parte dagli USA perché non è rappresentante del popolo venezuelano. Gli USA sanno bene che il Venezuela si tiene grazie agli apparati militari che fanno capo ai capi chavisti, e grazie alle mafie.

A proposito delle intenzioni USA va detto che non si può tornare al passato: la dottrina Monroe è del 1823 e nel frattempo sono passati 200 anni che hanno cambiato le condizioni soprattutto nel sud America. Il Venezuela è formato nella stragrande maggioranza da meticci, indigeni e africani che appoggiano il governo, ma sono per lo più poveri. Poi ci sono i bianchi di origine europea, primi fra tutti italiani e spagnoli, che rappresentano una stretta minoranza e sono per lo più ricchissimi. Va da sé che uno Stato così spaccato non si può governare da fuori, a meno che non decidi di occuparlo.
La questione economica in ballo, secondaria però alla strategia, di cui trattano USA e Venezuela sono gli idrocarburi. La maggiore riserva al mondo di petrolio è proprio in Venezuela, con un petrolio pesante che Trump vorrebbe per l’America e per sé: non c’è nulla che Trump fa senza vantaggi personali. L’intento è quello di sostenere una nuova industria petrolifera venezuelana per sfruttare quelle risorse e rendere più autonomi gli USA dal Medio Oriente che è sempre più in fermentazione, come stiamo vedendo proprio in questi giorni nella terribile rivolta in Iran. Quindi Trump propone al Venezuela la libertà di governo, in cambio di fare ciò che vogliono gli Stati Uniti in campo energetico e geopolitico: insomma il petrolio è degli USA e non va dato alla Cina. Inoltre sempre per gli USA è importante isolare Cuba, sostenuto economicamente fino ad oggi dal Venezuela.

E gli altri Stati come hanno reagito?
La voce in centro America che subito ha risposto alle minacce di Trump è stata quella della Presidente del Messico Claudia Sheinbaum. Non solo non si è fatta intimorire, abituati come sono a rapporti difficili con gli USA nonostante i commerci e i legami fra i cittadini americani di origine messicana e i loro familiari in Messico. Ma addirittura proprio per questi legami la Presidente ha fatto intendere, non a sproposito, che un conflitto diretto con la Repubblica Federale Messicana avrebbe minato la stessa stabilità interna americana. Ricordiamo che dai sondaggi delle elezioni americane di novembre 2024, Trump era stato preferito proprio dai latino americani, i famosi Trumpistas, che ora potrebbero andargli manifestamente contro.

La comunità internazionale reagisce attonita. Il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres a proposito della cattura di Maduro parla di “precedente pericoloso”.
La Cina reagisce sotto forma economica e finanziaria. Proprio il 2 gennaio Maduro aveva ricevuto la visita di una delegazione cinese, a riprova del sostegno venezuelano ai traffici petroliferi con la Cina.


Il debito accumulato dal Venezuela nei confronti della Cina veniva saldato con il petrolio che ora è a disposizione geli USA: quindi la Cina reagisce non intervenendo in Venezuela, ma condannando apertamente l’operato degli Stati Uniti screditandone la reputazione a livello internazionale. Poi già dal 4 gennaio attua una serie di modifiche economiche e finanziarie per rendere più conveniente a chiunque, quindi anche ai paesi BRICS, fare affari con la Cina utilizzando le piattaforme finanziarie cinesi. Una vera e propria revisione tecnica di tutti i trattati commerciali, facendo di fatto una guerra senza colpo ferire.
La Russia non va oltre le dure dichiarazioni per non peggiorare la situazione delle trattative in Ucraina. Si tratta però di un grave danno d’immagine, perché perde l’influenza anche nel Venezuela dopo averla persa in Siria nel 2024 e in Iran nel 2025. Inoltre Trump fa sequestrare navi “sospette” nell’Atlantico con a bordo equipaggi russi, che aspettano di essere processati negli Stati Uniti: mai successa una cosa del genere.
Gli Stati europei danno ognuno la propria dichiarazione contro l’operato degli USA ma con le dovute cautele: l’Italia del governo Meloni addirittura approva la cattura di Maduro. Tutti però sono uniti a proposito della minaccia alla Groenlandia, paese della Danimarca, che subito invia un contingente a protezione della sua isola, seguito da altri Stati NATO europei fra cui Francia e Germania. L’immediato incontro della delegazione groenlandese negli USA ha mostrato che le parti non sono d’accordo su nulla: per questo la comunità europea è in allarme.


Va detto che tecnicamente i trattati fra Groenlandia e Usa consentono già ampissimi margini anche militari da parte degli Stati Uniti nell’isola, ma la vera posta in gioco è il potere: Trump vuole far vedere che può impossessarsi di uno territorio NATO, di fatto sciogliendo lo stesso Patto Atlantico. Una rivoluzione o meglio un’involuzione per ciò che riguarda la stabilità mondiale. Già appaiono vignette umoristiche, ma non troppo, a riguardo.

Per concludere Trump è un’anomalia ed è molto attento a non apparire debole o prevedibile. Finora non c’è stata una presa di posizione forte da parte dei democratici o dei repubblicani a lui non vicini. La vera posta in gioco è in Asia centrale e nell’Indo pacifico. Per Trump sono gli europei che se la prendono troppo per la Groenlandia: davvero andrebbero contro gli USA scegliendo come partner tecnologico la Cina?
Un ultimo accenno alle persone più importanti del governo americano, cioè il vicepresidente J.D. Vance e Marco Rubio. Vance è giovane e ambizioso, capace di muoversi nelle burocrazie con una rete politica propria fra tecnocrati e conservatori culturali: ma è inesperto perché ha vinto solo un’elezione e pure di misura. Rubio è il suo contrario: ha 13 anni in più e ricopre incarichi politici da metà della sua vita con una carriera consolidata. Le mire di successione di Vance sono note meno quelle di Rubio, e anche se fra loro ci sono rapporti cordiali hanno 2 modi diversi di vedere l’America. Vedremo cosa faranno se le elezioni di mezzo mandato di ottobre andranno a sfavore dei repubblicani.
