84 – La strategia della Repubblica Popolare Cinese

Parlare della strategia della Cina significa parlare di come la Cina vede se stessa e il mondo, e per questo bisogna farlo con categorie il più possibili vicine alle categorie mentali e sentimentali che hanno i cinesi di oggi. Stiamo parlando di una cultura millenaria, un po’ come la nostra mediterranea, greco-romana. Come noi cerchiamo di recuperare, attraverso gli studi archeologici, del pensiero e storici, ciò che ha modellato il nostro modo di essere, allo stesso modo dobbiamo se non altro cercare di comprendere un popolo lontano da noi per millenni, e che ancora oggi appare chiuso in sé stesso, a protezione della propria cultura, dignità e diversità.

Chi studia e analizza in mondo in modo geopolitico ha il dovere di raccontare ciò che vede, guardando la realtà dell’altro con il modo di vedere dell’altro, per quel che è possibile: solo così si può restituire dignità all’altro, mostrare le nostre rispettive differenze, e stabilire un rapporto paritetico. Tutto questo per cercare un dialogo vero, profondo e possibilmente costruttivo.

La Cina nata dopo la seconda guerra mondiale era una Cina uscita da un doppio trauma: quello scaturito sia dai conflitti interni sia dalle invasioni esterne, cioè il secolo delle umiliazioni 1839-1949. Nonostante ciò il governo e il popolo cinese cerca di leggere la loro storia come una linea continua: dai regni alle dinastie imperiali, dal crollo del sistema alla repubblica, dai signori della guerra alle lotte fra regioni interne, dalle invasioni europee e giapponesi fino governo comunista. È in questo modo che dobbiamo leggere anche noi la loro storia e la loro cultura.

La strategia moderna cinese inizia con l’era di Mao Zedong 1949-76, cioè da quando viene proclamata la Repubblica Popolare Cinese, vincendo la guerra civile contro il gruppo dei nazionalisti del Kuomintang di Chiang Kai-Shek, che si rifugia a sud nell’isola di Formosa l’attuale Taiwan.

La prima cosa che dovette affrontare il nuovo governo fu la riunificazione istituzionale delle regioni, attraverso la costituzione dell’apparato burocratico e il risanamento dei territori devastati dalla guerra. Negli anni fra il 1958-61 si è tentato un grande balzo in avanti, radicale da un punto di vista economico, per industrializzare rapidamente il Paese. Ma questo provocò diverse carestie fra la popolazione: bisognava fare le cose passo dopo passo per evitare disgregazioni nel nascente Paese. Tanto è vero che durante gli anni della rivoluzione culturale 1966-76, periodo in cui alcuni dirigenti del partito tentarono un’apertura rispetto alla dottrina comunista, ecco che Mao organizzò una mobilitazione di massa per epurare queste persone, anche in modo un po’ discrezionale, e ristabilire l’ortodossia ideologica. Questo causò disordini soprattutto nelle zone costiere più vicine agli scambi commerciali con il mondo esterno.

Tutto il primo periodo si caratterizzò quindi da un consolidamento interno come preambolo all’apertura internazionale. Questa avvenne con il famoso incontro fra Mao e il Presidente USA Nixon nel 1972 a Pechino, preparato in gran segreto l’anno precedente dal grande dirigente cinese Zou Enlai e dal segretario di Stato americano Henri Kissinger.

Lo scopo non era solo di aprirsi agli americani da un punto di vista commerciale, ma anche di crearsi un’alternativa all’URSS, che pur restando il modello ideologico comunista di riferimento, lo avvertivano come un vicino di casa troppo grande e ingombrante. Vedremo successivamente che l’entusiasmo cinese verso gli Stati Uniti fu in qualche modo tradito, procurando quelle che loro definiscono le “delusioni”.

Nonostante fosse stato epurato 2 volte da Mao per le sue posizioni considerate di “destra”, nel 1978 prende il potere il Presidente della commissione centrale e militare Deng Xiaoping, che determinò la strategia della Cina fino al 2000.

La sua politica fu caratterizzata da un periodo di rinnovamento economico perché varò 4 riforme per modernizzare il Paese: agricola, industriale, della difesa, e nella scienza e tecnologia. Fu lui a creare la formula del “socialismo con caratteristiche cinesi” aprendo il paese al capitalismo. Questa scelta fu lungimirante rispetto ad esempio all’URSS, che fu invece molto più prudente e ostile perché arroccato nei principi ideologici in contrasto al liberalismo e nella guerra fredda contro gli Stati Uniti. La svolta capitalista fu davvero innovativa per il sistema comunista: ha permesso alla Cina di essere l’unico paese comunista ancora esistente, perché si è adeguata al sistema economico occidentale pur restando ferma nell’apparato burocratico statale. Inoltre fu Deng Xiaoping a preparare il terreno per la proposta di “un Paese due sistemi”, cioè il quadro politico che ha permesso il ritorno alla Cina di Hong Kong (colonia britannica) nel 1997, e di Macao (colonia portoghese) nel 1999.

Ovviamente tale apertura ha portato a sconvolgimenti sociali di vedute fra le 2 Cine interne: quella rurale delle regioni a ovest più tradizionaliste e con basso livello culturale e di reddito, e quella ad est della popolazione cittadina più a contatto con il mondo esterno, che conosceva anche un maggiore benessere e a contatto con i diritti sociali e civili occidentali. Proprio questi 2 mondi a confronto hanno portato alla dolorosa pagina storica delle rivolte di piazza Tienanmen a Pechino nel 1989, qualche mese prima del crollo del muro di Berlino e con 2 anni di anticipo rispetto all’implosione del sistema dell’Unione Sovietica.

Visto che su piazza Tienanmen ci sono tantissime informazioni su internet e pagine di storia scritte nei nostri libri e testi scolastici, vi consiglio di vedere questo video della divulgatrice cinese KINA:

Quella pagina dolorosa è stata un monito per il governo cinese, tanto da portarlo a curare con maggiore attenzione la propria propaganda, per proteggere l’apparato statale da una massa di popolazione che cresceva a dismisura, e con grandi differenze fra gli abitanti interni rispetto a quelli delle coste. L’obiettivo era ed è ancora oggi, quello di non tornare mai più agli anni passati del periodo delle umiliazioni: controllare e sedare in ogni modo gli eventuali disordini sociali.

Con il consolidamento della struttura statale insieme all’apertura verso i commerci internazionali, dal 1990 la Cina diventa in pochi anni la “fabbrica del mondo”. Lo diventa per tutto l’occidente ma soprattutto per gli USA, a discapito della produzione industriale statunitense e acquistandone col tempo gran parte del debito. Quindi proprio nei decenni in cui il mondo da un punto di vista geopolitico e quindi economico vedeva il monopolio americano e del dollaro, a differenza dei principi sul multilateralismo portati avanti dall’ONU, ecco che la Cina piano piano costruisce la sua identità basata sul lavoro e la dedizione alla costruzione della sua rinascita. Cresce in demografia e in sviluppo economico e commerciale, indirizzati e sostenuti sempre dallo Stato.

Per farvi capire come la Cina descrive questo lavoro di propaganda interna, vi suggerisco un altro video di KINA, perché ritengo che vedere le cose da un punto di vista cinese sia più interessante di leggerlo con i nostri occhi:

Nel 2000 il congresso Americano dà il via libera alla normalizzazione dei rapporti con la Cina voluto fortemente dal Presidente Bill Clinton. Nel 2001 ottiene l’ingresso cinese nel WTO l’Organizzazione Mondiale del Commercio, e stringe l’accordo con Presidente cinese Jang Zemin 1993-2003.

La strategia americana era di agevolare i commerci, cosa che avrebbe trasformato col tempo l’economia pianificata cinese in un’economia aperta di mercato, portando vantaggi alle imprese e ai consumatori occidentali. Accadde così che le fabbriche cinesi aumentarono creando il marchio “made in China”, mentre quelle americane soprattutto del Midwest, il cuore profondo degli USA, chiudevano. Fu un tentativo americano di portare la Cina ad abbracciare le riforme democratiche costruite sui diritti sociali e civili occidentali: questo non avvenne.

Il nuovo Presidente della Cina Hu Jintao 2003-13 scelse una politica economica più morbida rispetto allo “sviluppo economico a tutti i costi” di Deng Xiaoping.

Cercò soprattutto di creare una società più armoniosa e soddisfatta, con l’obiettivo di diminuire le differenze fra la popolazione interna e quella delle coste, e puntando di più sul benessere. Proprio in questi anni, sotto l’influenza occidentale che puntava all’economia green, la Cina inizia a utilizzare le fonti di energia alternativa a discapito del carbone, anche per mettere un freno alle malattie polmonari che si manifestavano nelle città sempre più industrializzate. Questi sono gli anni di maggiori scambi culturali fra Cina e occidente: molti più cinesi aumentarono il loro livello di istruzione studiando all’estero, e migliorarono il loro stato economico e sociale.

Come avrete capito, la Cina passa nei secoli da fasi in cui si arrocca su se stessa per risanare le differenze interne, difendersi dalle minacce e introiettare la propria vita, a fasi in cui cerca l’esterno per migliorare le condizioni economiche attraverso gli scambi commerciali. Un po’ come una spugna, che se si stringe rilascia l’acqua in eccesso, se invece si apre assorbe di più.

Hai amici cinesi o conosci personalmente la vita dei cinesi che vivono nel nostro Paese?

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